Dal 5 al 10 luglio 2026, il CUS Sassari ospiterà il Milan Camp, campo estivo di calcio ufficiale dell’AC Milan. Un’esperienza unica rivolta a ragazzi e ragazze dai 6 ai 16 anni che unisce l’allenamento calcistico di alto livello al divertimento di una vacanza indimenticabile. Per prepararci al meglio e per scoprire tutto sul progetto, abbiamo intervistato Daniele Paccagnan di SSD Polisporteventi Srl, responsabile dell’iniziativa che da tanti anni si occupa di progetti educativi e formativi in collaborazione con AC Milan.
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Il Milan Camp arriva a Sassari: cosa significa portare un progetto legato a una realtà come AC Milan in un contesto sportivo e territoriale come quello del CUS?
Portare il brand AC.Milan al CUS Sassari significa creare un ponte tra il prestigio di un club internazionale e un’eccellenza sportiva locale. Per il territorio è un’iniezione di professionalità: non portiamo solo una maglia, ma un metodo di lavoro d’élite in un ambiente, quello del CUS, che già respira cultura sportiva e condivisione. È un riconoscimento al potenziale dei giovani ragazzi sardi.
Lei organizza Milan Camp da molti anni, in Italia e all’estero: che tipo di responsabilità si sente quando lavora con bambini e ragazzi tra i 6 e i 16 anni?
Dopo tanti anni di gestione ed organizzazione dei Milan Camp in Italia e nel mondo, la responsabilità che sento è soprattutto educativa oltre che tecnica. Ogni bambino deve sentirsi al centro del progetto, indipendentemente dal talento. La missione è garantire un ambiente sicuro, dove l’errore sia visto come apprendimento e non come fallimento, proteggendo la loro passione da tutte le pressioni esterne.
Il metodo sportivo educativo del Milan è uno dei punti di forza del progetto: quali valori cercate di trasmettere prima ancora delle competenze tecniche?
Prima del colpo di testa o del dribbling, insegniamo il rispetto: per l’avversario e per i compagni. Il “Metodo Milan” mette la persona davanti al calciatore. Puntiamo su autonomia, disciplina e spirito di squadra. Vogliamo che i ragazzi imparino a gestire l’emozione di indossare una maglia così prestigiosa: la gioia di un gol e la frustrazione di una sconfitta sono lezioni di vita fondamentali.
Nei Camp partecipano ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo: in che modo lo sport diventa uno strumento di dialogo tra culture diverse?
Il pallone è il linguaggio universale più potente al mondo. Sul campo non servono traduttori: un passaggio è un gesto di fiducia, un abbraccio dopo un gol annulla ogni barriera linguistica o religiosa.
Tra le esperienze più forti ci sono i Camp internazionali, come quello in Nepal: c’è un episodio che le ha fatto capire davvero la portata sociale di questo lavoro?
Come gestori internazionali le esperienze sono state molteplici; in Nepal ho capito che per molti un Camp non è solo sport, ma speranza. Ricordo un bambino che percorse chilometri a piedi solo per indossare il kit ufficiale. Vedere la dignità e la gioia nei suoi occhi mi ha fatto capire che non stavamo solo insegnando calcio, ma stavamo offrendo un senso di appartenenza a una comunità mondiale. In Cambogia ho visto bambini nudi che giocavano a calcio con una ciabatta. In queste realtà il calcio è uno strumento di riscatto sociale immenso.
Da anni promuovete progetti inclusivi coinvolgendo ragazzi e ragazze autistici, anche in Sardegna: quanto è importante per voi che lo sport sia davvero accessibile a tutti?
L’inclusione non è un’opzione, è un dovere. Nella mia esperienza in Sardegna ho visto risultati straordinari: il calcio aiuta i ragazzi autistici a migliorare non solo gli aspetti coordinativi ma, soprattutto, l’aspetto socializzante che caratterizza il gioco. Quando vedi un compagno “normotipo” che aiuta spontaneamente il compagno in difficoltà, capisci che lo sport è davvero accessibile solo quando abbatte le barriere mentali di chi sta intorno.
Dietro eventi così strutturati c’è un grande lavoro organizzativo: cosa non si vede mai, ma è fondamentale perché un Milan Camp funzioni davvero?
Quello che non si vede nell’organizzazione dei nostri Milan Camp è la cura e l’attenzione per i dettagli: dalla logistica dei trasporti alla gestione dei regimi alimentari, fino alla formazione psicopedagogica dei nostri tecnici. Un Camp di alto livello è possibile comunque solo se al nostro fianco abbiamo un partner locale che ci aiuti con professionalità e disponibilità. Un Camp funziona se l’ingranaggio organizzativo è invisibile, lasciando ai ragazzi solo il divertimento. La sicurezza e la gestione delle dinamiche di gruppo sono il cuore del successo dei nostri Milan Camp.
Il Camp non è solo allenamento, ma anche esperienza, relazione, crescita: che tipo di “atleta” sperate torni a casa alla fine della settimana?
Spero torni a casa un “atleta della vita”. Più consapevole delle proprie capacità, più rispettoso delle regole e con un nuovo bagaglio di amicizie. Se un ragazzo torna a casa avendo imparato a lavorare in gruppo, ad ascoltare e collaborare con gli altri, a ringraziare chi gli serve l’acqua, oltre ad aver migliorato il suo piede debole, allora abbiamo vinto noi.
Collaborate con scuole calcio, territori, villaggi turistici e realtà locali: quanto conta fare rete per dare continuità ai valori dello sport durante tutto l’anno?
Fare rete è vitale. Il Camp dura una settimana, ma i valori che trasmettiamo devono durare tutto l’anno. Collaborare con il CUS Sassari e con le istituzioni significa per noi seminare in un terreno che altri continueranno a coltivare. Non siamo un progetto “mordi e fuggi”, vogliamo lasciare un’eredità metodologica che elevi lo standard qualitativo di tutto il movimento locale, sicuri che nelle edizioni successive l’adesione e la partecipazione saranno ancora più massicce.
Guardando al futuro, tra nuovi progetti in Africa e Asia: qual è il sogno che ancora non ha realizzato con il Milan Camp?
Il sogno, che condivido con il Milan, è di creare delle Academy permanenti in diverse località del mondo che non si limitino al calcio, ma che integrino istruzione scolastica e assistenza medica d’eccellenza sotto il segno del Milan. Vorrei che il prossimo grande talento mondiale non venisse scoperto per caso, ma aiutato a crescere in una struttura che lo tuteli prima come uomo e poi come campione.
Non resta che ringraziare Daniele Paccagnan per le belle parole.




